
Sono tornata a casa: altri due giorni in tenda, ospite di mia zia nel campo di San Giacomo.
E' strano essere lì e soffrire "solo" il caldo la mattina ed uscire per la disperazione quando la tenda diventa un forno, ed il fredo la sera (e a pensarci bene il vero freddo non è ancora arrivato...).
Fino a pochi mesi fa, quando ero lì, il mio sonno era frantumato dalle scosse, le stesse che hanno polverizato i sogni di mio fratello Davide (19 anni, lo ricordo!) e di altre 306 persone.
Ho passato il mese successivo a riabituarmi alla vita che continua, a non farmi spaventare anche dalle vibrazioni che procura il passaggio di camion sui vetri delle finestre... in silenzio, mentre avrei voluto urlare di rabbia fino allo sfinimento...
Però, al contrario di quanto un Paese intero si ostini a pensare, sull'onda delle emozioni, dello scarso interesse che in duce a prendere per buono tutto quello che passa in TV, del meccanismo di rimozione secondo il quale il cervello resetta qualsiasi cosa arrechi shock, il 6 aprile non ci ha colti di sorpresa. O meglio, ha colto di sorpresa i nomali civili, ignari di essere solo numeri registrati all'anagrafe, gli studenti che fruttavano milioni al commercio aquilano (a partire dalle tasse universitarie, i libri, gli affitti come sempre esorbitanti, i trasporti, le distrazioni quali pub, pizzerie e chi più ne ha ne metta...), noi familiari che li abbiamo visti uscire dalla porta per non vederli più tornare. In realtà quel 31 marzo c'è stata la riunione in Comune per decidere il da farsi: allarmare, evacuare, valutare lo stato delle abiazioni (magari basandosi sullo studio di Abruzzo Engineering nel quale era contemplato che la "Casa dello Studente", insieme con altri edifici, sarebbe crollata in caso di sisma e di fatto così è stato, in virtù di gravi carenze strutturali), valutare i costi dell'evacuazione... PREVENIRE? Nessuno ha mai pensato di prevenire? Non c'era bisogno di evacuare una città, nel caso degli studenti fuori sede forse sarebbe bastato sospendere una settimana prima le lezioni e mandare tutti a casa...
Ma si sa, la logica della prevenzione è affare arduo da gestire e soprattutto infruttifero, a fondo perduto! Invece tutto diventa molto più semplice se si guarda al solo mondo universitario: se lo studente muore pazienza, ma se sopravvive sono soldi garantiti perchè tanto dove vuole andare? Eh si, perchè ad oggi la situazione è catastrofica: trasferimenti negati, alloggi inesistenti, sedi universitarie distrutte e, come se non bastasse, dato il buon senso dei fortunati che hanno ancora case da affittare, canoni mensili lievitati come pagnotte: "L'anno scorso pagavo 250 euro per la stanza, adesso siccome casa del mio padrone non è crollata, ne vorrebbe 400..." mi racconta un mio amico studente al CTF.
400 euro?! Per alloggiare dove? In un cimitero a cielo aperto, senza alcuna certezza, nè presente nè futura.
Eppure, paradossalmente, le iscrizioni per l'anno accademico 2009- 2010 alla Facoltà di Medicina ed alle triennali ad essa connesse ammontano a 5.000...
M'impegnerei a trovare una spiegazione a questo perverso meccanismo ma, considerati tutti i perverdi meccanismi che caratterizzano la quaestio Terremoto 06. 04. '09 ore 3.32, mi fermo prima: ho paura di questa ulteriore verità.
Tuttavia non posso fare a meno di pormi domande di altro genere: dove sono gli studenti aquilani? Dov'è finita la sana indignazione giovanile? Non posso credere che nessuno abbia realizzato a posteriori di aver corso il rischio di morire nella propria facoltà se solo la scossa fosse arrivata di mattina e che i docenti, consapevolemnte omertosi, abbiano tenuto lezione fino all'ultimo giorno in aule incollate con lo sputo!
Perchè gli studenti fuori sede, senza nulla togliere all'attaccamento ad una città diventata "loro" durante gli anni più belli della vita, dovrebbero assumersi l'onere di portare avanti una causa, certo "loro" anche questa, ma in quale percentuale?
Parliamo CHIARO: L'Aquila ha un debito incolmabile con i suoi studenti e non sembra minimamente farci caso.
I 60 ragazzi deceduti sotto le macerie non sono vittime del terremoto, bensì della Criminalità Oraganizzata di alcuni, ed i fuori sede che rimangono, senza gli studenti aquilani dalla loro parte non saranno eroi che risolleveranno le sorti dell'università, ma tanti Don Chisciotte che combattono contro mulini a vento di ghisa e che, se maldestramente equipaggiati, cadranno rovinosamente.
Partiamo invece da una considerazione di fondo: hanno giocato con i nostri sogni facendoceli infrangere addosso come acqua sporca, scommessso sulle nostre vite con la medesima logica del Superenalotto, con una piccola differenza: NON CI SONO VINCITORI!
A cinque mesi dal terremoto non ancora si vedono montare rabbia e delusione e non c'è stata alcuna manifestazione di dissenso giovanile, neppure a voce nei consigli cittadini spontanei.
La situazione nei campi è a dir poco catastrofica: tralasciando le condizioni psicologiche (06. 04. '09 ore 3.32 ripeto, chi cancellerà questi numeri dalla memoria?) ed igienico- sanitarie, ora si costruiscono alloggi temporanei spersonalizzanti, deturpanti per chi ama il territorio aquilano e vi ha vissuto da sempre, si smembrano famiglie come in una velata deportazione, si smantellano tende con 24h di preavviso a chi ha vissuto lì per 5 interminabili mesi, con destinazione: "vediam un pò dove possiamo mandarlo...", ogni fiaccolata commemorativa è una battaglia contro gli intoppi comunicativi (casuali??) delle varie squadre di forze dell'ordine atte a presidiare quel pò di centro storico fruibile, si consolidano poteri e nascono nuove caste (provate a chiedere a chi gestisce i campi come sono stati impiegati i soldi che forse anche voi avrete donato ai Terremotati d'Abruzzo e se otterrete risposta, probabilmente non siete di questo mondo).
S'impedisce il volantinaggio al'interno dei campi per promuovere incontri cittadini, oppure è concesso a patto di essere spalleggiati da personale armato...
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